Cancellazione dal registro delle imprese e legittimazione processuale

La sentenza in esame si è occupata, in via preliminare, della procedibilità di un ricorso presentato da un’impresa poi cancellata, nelle more del giudizio, dal registro delle imprese nel caso in cui il procuratore dell’impresa non abbia dichiarato il fatto in udienza né lo abbia notificato alle altre parti del giudizio.

Il Collegio, nel decidere la questione, ha anzitutto ricordato gli effetti giuridici della cancellazione dal registro delle imprese di una società

costituisce dato inveterato del diritto vivente quello in virtù del quale la cancellazione di una società dal registro delle imprese ne determina la immediata estinzione, con la conseguente perdita da parte del liquidatore della stessa della capacità di stare in giudizio (per tutte, Cass., SS.UU., 6070/13).

I Giudici hanno quindi ricordato la migliore giurisprudenza civilistica in materia, in base alla quale

in uno con l’insegnamento plurimamente reso in subiecta materia, va ribadito che ai fini dell’interruzione del processo, il verificarsi di uno degli eventi previsti dall’art. 300 c.p.c. produce effetto solo se il procuratore della parte, cui si riferisce l’evento interruttivo, lo dichiari in udienza o lo notifichi alle altre parti, senza che assuma rilievo la circostanza che l’evento interruttivo risulti dalla documentazione agli atti del processo […], atteso che la valutazione dell’effettivo verificarsi di un danno in caso di prosecuzione del processo può essere utilmente compiuta solo dal procuratore della parte; e, invero, “la necessita’ della dichiarazione dell’evento interruttivo ad opera del difensore costituito e’ stata affermata da questa Corte anche quando l’evento consista nella cancellazione della societa’ dal registro dell’imprese” (Cass. II, 24 aprile 2018, n. 10048; CdS IV, 4034/17; Cass. 23141/2014; Cass. SS.UU., 6070/13).

Con specifico riferimento al giudizio amministrativo, il T.A.R. ha quindi evidenziato che

I dettami all’uopo forgiati in sede processualcivilistica sono senz’altro trasponibili nel processo amministrativo, giusta la speciale previsione contenuta all’art. 79, comma 2, c.p.a., che – in guisa aggiuntiva e rafforzativa del generale principio cristallizzato all’art. 39 c.p.a. – testualmente statuiscono che “L’interruzione del processo è disciplinata dalle disposizioni del codice di procedura civile”.

Il Collegio ha, infine, ricordato le pronunce di costituzionalità della norma in parola

D’altra parte, sono stati dissipati i dubbi di tenuta costituzionale dell’articolo 300 c.p.c., per violazione degli artt. 3 e 24 Cost.; la giurisprudenza costituzionale ha, a piu’ riprese e sotto diversi angoli visuali, esaminato la compatibilita’ della norma processuale con i due parametri della Carta, ritenendo conforme a Costituzione il nostro regime processuale che rimette, salvi i casi di interruzione cd. “automatica”, alla dichiarazione del difensore costituito, conferendogli un diritto potestativo processuale, la valutazione dell’effettivo verificarsi di un danno in caso di prosecuzione del processo.

E ciò in ragione del fatto che detta valutazione “puo’ essere utilmente compiuta solo dal procuratore di detta parte, cui percio’ e’ logicamente rimesso il potere di decidere se provocare o meno l’interruzione, e non potrebbe invece essere attribuita ad altri, ne’ tanto meno al giudice, che altrimenti si sostituirebbe alla parte nell’esercizio di un diritto potestativo processuale” (Corte cost., ordinanza 349/2003; cfr., ordinanze nn. 252/05 e 91/06).

(T.A.R. Molise, Campobasso, Sez. I, sentenza n. 592 pubblicata il 10 ottobre 2018)