Concessioni: effetti dell’omessa indicazione del valore nel bando

La sentenza in commento si è occupata degli effetti dell’omessa indicazione, nella lex specialis di gara redatta dalla stazione appaltante, del valore stimato del servizio oggetto di concessione.

Il caso deciso muove infatti dal ricorso presentato da un operatore economico contro gli esiti della procedura di gara e del relativo bando, per quanto qui di interesse censurando l’asserita violazione in tale atto dell’art. 167 c.c.p. che regola i metodi di calcolo del valore stimato delle concessioni.

Il Collegio, nel decidere la questione, ha anzitutto ricordato i contrastanti orientamente giurisprudenziali in tema di indicazione del valore quale requisito di legittimità della procedura ad evidenza pubblica

la giurisprudenza amministrativa è ondivaga sulla necessità, quale requisito sine qua non di legittimità della gara, di indicare il fatturato presunto del servizio oggetto di concessione (cfr., in senso positivo, CdS, V, 20.2.2017 n. 748; CdS, III, 18.10.2016 n. 4343; TAR Napoli, VIII, 28.11.2017 n. 5596; TAR Firenze, II, 14.2.2017 n. 239; contra, CdS, III, 8.6.2017 n. 2781; TAR Milano, IV, 24.3.2017 n. 706; TAR Roma, II, 24.3.2016 n. 3756; TAR Lecce, II, 17.12.2015 n. 3609)

I Giudici hanno quindi analizzato il tenore dell’art. 167 c.c.p. e da esso hanno dedotto il seguente principio di diritto

se è vero che l’invocata norma impone all’Amministrazione di indicare il valore presunto dell’affidamento (la cui mancanza può effettivamente rendere difficoltosa la partecipazione alla gara delle imprese interessate), va da sè che qualora quest’ultima non sia in grado di ottemperare alla predetta prescrizione per motivi oggettivi (perché, per esempio, il servizio viene affidato per la prima volta, oppure perché – siamo in presenza di una concessione, non di un appalto di servizi – il concessionario uscente non ha voluto fornire il relativo dato), è tenuta a fornire gli elementi conosciuti in grado di consentire ai concorrenti di formulare un’offerta seria (e cioè, per esempio, le indicazioni circa il potenziale bacino di utenza del servizio da affidare, i costi ed i benefici correlati al servizio stesso, la base d’asta riferibile ai corrispettivi pagati dai precedenti gestori, etc.).

Con riferimento ad un proprio precedente arresto giurisprudenziale, il T.A.R. ha poi chiarito che

Né tale conclusione si pone in contrasto con quanto precedentemente sostenuto da questa stessa sezione con la sentenza 7.3.2017 n. 231, atteso che ivi, nell’affermarsi la non surrogabilità del parametro indicato dalla legge avvalendosi della “stima del numero dei possibili utenti”, non si era contestualmente dato atto – diversamente dal caso di specie – che l’Amministrazione non conosceva il valore economico della concessione.

Per tutto quanto sopra, il collegio ha quindi rigettato la censura del ricorrente affermando che

premesso […] che nel caso di specie l’Amministrazione […] non era in possesso del fatturato ricavabile dai servizi oggetto di gara (e ciò sia perché trattavasi di una gara nuova, sia perché la ricorrente, gestore uscente degli identici servizi concessionati […], pur essendo un dato parziale rispetto a quello ricavabile dai servizi ora posti in gara, non lo aveva fornito), quest’ultima ha fornito – né poteva fare altro – tutti gli elementi in proprio possesso utili ai concorrenti per formulare un’offerta consapevole, così come consapevole, peraltro, l’ha formulata la stessa ricorrente […]

con la conseguenza che

l’Amministrazione, priva della conoscenza dell’effettivo valore della concessione, ha comunque fornito tutti gli elementi a sua disposizione dai quali i concorrenti, operatori del settore, potevano pacificamente trarre […] il potenziale fatturato derivante dalla gestione del servizio.

(T.A.R. Veneto, Venezia, Sez. III, sentenza n. 348 pubblicata il 26 marzo 2018)

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