Il punto su: il principio di equivalenza

La sentenza in esame ha utilmente e brevemente riassunto gli approdi giurisprudenziali relativi al principio di equivalenza nelle procedure di affidamento pubbliche.

In specie il TAR ha ricordato che

secondo la giurisprudenza prevalente, l’ambito di applicazione del principio di equivalenza è piuttosto esteso, essendo stato affermato che:

– il principio di equivalenza “permea l’intera disciplina dell’evidenza pubblica e la possibilità di ammettere a seguito di valutazione della stazione appaltante prodotti aventi specifiche tecniche equivalenti a quelle richieste risponde al principio del favor partecipationis (ampliamento della platea dei concorrenti) e costituisce altresì espressione del legittimo esercizio della discrezionalità tecnica da parte dell’Amministrazione” (cfr. Cons. Stato, III, n. 4364/2013; n. 4541/2013; n. 5259/2017; n. 6561/2018);

– esso trova applicazione indipendentemente da espressi richiami negli atti di gara o da parte dei concorrenti, in tutte le fasi della procedura di evidenza pubblica (cfr. Cons. Stato, III, n. 6721/2018);

– l’art. 68, comma 7, del d.lgs. 50/2016 non onera i concorrenti di un’apposita formale dichiarazione circa l’equivalenza funzionale del prodotto offerto e la commissione di gara può effettuare la valutazione di equivalenza anche in forma implicita (cfr. Cons. Stato, III, n. 2013/2018; n. 747/2018);

– l’opzione di equivalenza delle specifiche tecniche risponde al principio comunitario dell’effettiva concorrenza ed impone che i concorrenti possano sempre dimostrare che la loro proposta ottemperi in maniera equivalente allo standard prestazionale richiesto (cfr. Cons. Stato, III, n. 1316/2017);

– il concorrente che voglia avvalersi del principio di equivalenza ha l’onere di dimostrarla ma, se l’Amministrazione proceda d’ufficio in tal senso, la relativa valutazione tecnico-discrezionale può essere inficiata soltanto qualora se ne dimostri l’erroneità (cfr. Consiglio di Stato, sez. III , 13/12/2018 , n. 7039).

T.A.R. Friuli Venezia Giulia, Trieste, Sez. I, sentenza n. 454 del 31/10/2019

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