Atto di pignoramenti presso terzi notificato alla Stazione Appaltante: è causa di esclusione dell’operatore?

La sentenza in commento si è occupata della legittimità del provvedimento di esclusione di un operatore economico da una procedura di gara per avere la stazione appaltante ricevuto tre distinti atti di pignoramento presso terzi, dopo l’aggiudicazione della gara alla ricorrente, l’ultimo dei quali relativo ad un ingente credito dell’impresa nei confronti dell’Erario.

La decisione muove dal ricorso presentato dall’impresa esclusa con il quale essa censurava l’illegittimità dell’operato della stazione appaltante evidenziando che i primi due crediti erano stati rinunciati mentre riguardo al terzo era pendente un procedimento contenzioso.

Il Collegio, nel decidere il ricorso, ha preliminarmente riassunto la ratio dell’art. 80 c.c.p. alla luce della normativa eurounitaria che ha recepito

La disciplina sulla esclusione dalle procedure di gara per mancanza dei requisiti generali, delineata dall’art. 80 del d.lgs. 50/2016, non può che essere ricostruita, nei suoi fondamenti, sulla scorta delle previsioni contenute nella Direttiva comunitaria 2014/24/UE, recepita nel nostro ordinamento mediante l’approvazione del codice dei contratti.

In tale Direttiva si è, in particolare, previsto che “il mancato pagamento di imposte o contributi previdenziali dovrebbe altresì condurre all’esclusione obbligatoria a livello di Unione. Gli Stati membri dovrebbero, tuttavia, avere la facoltà di prevedere una deroga a queste esclusioni obbligatorie in situazioni eccezionali in cui esigenze imperative di interesse generale rendano indispensabile l’aggiudicazione di un appalto” (cfr. considerando n. 100).

Si è pure previsto che “un operatore economico è escluso dalla partecipazione a una procedura d’appalto se l’amministrazione aggiudicatrice è a conoscenza del fatto che l’operatore economico non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento di imposte o contributi previdenziali” (art. 57, paragrafo 2). Tale disposizione ha specificato, riguardo al presupposto per il relativo accertamento, che l’esclusione debba far seguito ad una “decisione giudiziaria o amministrativa avente effetto definitivo e vincolante secondo la legislazione del paese dove è stabilito o dello Stato membro dell’amministrazione aggiudicatrice”; una tesi che la società ricorrente ha fatto propria per sminuire la fondatezza della contestazione che ha dato origine al diniego di aggiudicazione, ma disattendendo un ulteriore riferimento presente nella citata disposizione.

Nel secondo periodo del paragrafo 2 si è, infatti, stabilito che “le amministrazioni aggiudicatrici possono escludere o possono essere obbligate dagli Stati membri a escludere dalla partecipazione a una procedura d’appalto un operatore economico se l’amministrazione aggiudicatrice può dimostrare con qualunque mezzo adeguato che l’operatore economico non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento di imposte o contributi previdenziali”. Un norma che, dunque, ha modulato in notevole ampiezza le prerogative di accertamento dell’inottemperanza all’obbligazione tributaria e contributiva per l’irrogazione della sanzione espulsiva dalla procedura di gara.

Sempre l’art. 57, poi, al paragrafo 3, ha previsto che “gli Stati membri possono inoltre prevedere una deroga alle esclusioni obbligatorie di cui al paragrafo 2 nei casi in cui un’esclusione sarebbe chiaramente sproporzionata, in particolare qualora non siano stati pagati solo piccoli importi di imposte o contributi previdenziali”: una fattispecie relativa all’ipotesi di una contenuta esposizione debitoria, inapplicabile al caso della società Tributi Service sol che si consideri l’importo (€. 19.189.500,65) oggetto della richiesta di riscossione da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Il successivo art. 60, rubricato “mezzi di prova” (corrispondente all’art. 86 del d.lgs. 50/2016), ha infine previsto che “le amministrazioni aggiudicatrici accettano i seguenti documenti come prova sufficiente della non applicabilità all’operatore economico di nessuno dei casi di cui all’articolo 57”, vale a dire per evitare le esclusioni. Tale disposizione ha espressamente chiarito che “per quanto riguarda il paragrafo 2 (…) di detto articolo”, ossia in materia di imposte, tasse e contributi previdenziali, occorra “un certificato rilasciato dall’autorità competente dello Stato membro o del paese in questione”.

I Giudici hanno poi ricordato che

La giurisprudenza, a tal riguardo, ha statuito che “i documenti rilasciati dalle Autorità competenti ratione officii relativamente alla posizione delle ditte concorrenti alle pubbliche gare (ai fini della verifica del possesso dei requisiti generali di cui all’art. 38 del d.lgs n.163/06) in materia di pagamento di imposte e tasse e contributi previdenziali e assistenziali, quanto alla loro natura, si qualificano come atti di certificazione e/o attestazione assistiti da pubblica fede ex art. 2700 c.c. e facenti prova fino a querela di falso (Cons. Stato Sez. IV 17/5/2013 n.2682; idem 2/3/2009 n. 1458)” (cfr. Consiglio di Stato, sez. IV, 15 dicembre 2014, n. 6157).

Il  TAR ha quindi respinto il ricorso proposto dall’impresa esclusa, sul rilievo che

Nella fattispecie di causa è, per certi versi, paradossale rilevare che l’autorità in questione sia da identificarsi proprio l’Agenzia delle Entrate, la stessa che ha agito per riscuotere il cospicuo pagamento di cui più sopra si è detto.

Una prova decisiva, dunque, della gravità dell’infrazione motivatamente contestata dalla stazione appaltante, fondata su un debito accertato, ancorché sub judice.

(T.A.R. Puglia, Bari, Sez. I, sentenza n. 1335 pubblicata il 18 ottobre 2018)

sponsorizza la tua attività qui